L'Italia in guerra
L'ingresso nella seconda guerra mondiale segna per l’Italia fascista l’inizio della fase finale della sua storia. La guerra e l’affermazione della potenza italiana erano stati da sempre l’obiettivo di Mussolini e del fascismo, ma l’entrata in guerra nel giugno 1940 al fianco della Germania nazista mette in luce l’inconsistenza del potenziale militare italiano, aggravato da carenze organizzative e logistiche che rendono le condizioni di vita dei soldati estremamente difficili.
Ancora più fragili sono le strutture economiche della nazione: il regime di parziale autarchia che l’Italia era stata obbligata ad adottare in seguito alle sanzioni economiche seguite all’annessione dell’Etiopia nel 1936, aveva infatti indebolito un sistema economico già arretrato e globalmente debole.
Quando entra in guerra, l’Italia, rispetto ad altre nazioni europee, ha un basso regime alimentare. Per garantire i rifornimenti alla popolazione vengono introdotti il sistema dell’ammasso dei prodotti e il loro razionamento, con l’uso di carte annonarie. I provvedimenti però non funzionano, ed è quindi necessario il ricorso al "mercato nero", cioè al commercio illegale - a prezzi notevolmente più alti - dei prodotti alimentari razionati o contingentati.
La crisi del regime fascista è accelerata dagli imponenti scioperi che investono l’Italia del nord nella primavera del 1943. A questi scioperi partecipano complessivamente 100.000 lavoratori, e testimoniano oltre che delle condizioni di vita e di lavoro ormai giunte al limite della sopportazione, della ripresa e del radicamento delle forze antifasciste, in particolare del Partito comunista.
Le condizioni di vita della popolazione civile sono rese ancora più critiche dall’intensificarsi dei bombardamenti aerei alleati sulle zone industriali e sui nodi ferroviari del Nord. Inizia lo "sfollamento" della popolazione dalle città, che provoca gravi disagi a migliaia di famiglie.



