La nascita della Resistenza in Italia
La scelta di combattere contro il nazismo e il fascismo assume il significato
di un rifiuto, di una rottura con il passato. Questa scelta viene elaborata
attraverso percorsi di maturazione civile e politica spesso faticosi e travagliati,
che fanno dell’esperienza partigiana un forte momento di crescita individuale e collettiva, sia sul piano esistenziale che formativo.
Di fronte alla nascita delle prime formazioni di "ribelli", che si manifestano su tutto il territorio nazionale occupato, quindi anche nel centro-sud, le autorità tedesche danno inizio ad una feroce azione di repressione - che trova alimento anche nella volontà di punire i "traditori" italiani - volta ad utilizzare il terrore sulla popolazione come mezzo per spezzare ogni forma di collegamento dei partigiani con le comunità civili.
Gli organismi politici e militari della Resistenza operano per organizzare in modo meno episodico le formazioni partigiane, col duplice scopo di radicarle maggiormente sul territorio e di rendere più efficaci le azioni di guerra.
Sino alla fine del 1943 il movimento partigiano cresce però in modo lento e incerto, e solo nella primavera del 1944 la Resistenza assume i caratteri di un vera e propria lotta militare organizzata, che si sviluppa in forme proprie in montagna, in pianura e nelle città.
Il movimento di resistenza al nazismo e al fascismo si manifesta in forme più ampie di quelle legate alla lotta armata contro gli occupanti. Si sviluppa un’opposizione civile fatta di azioni individuali e collettive, che vanno dall’aiuto agli ebrei e ai prigionieri alleati al sostegno logistico ai partigiani, dal sabotaggio della segnaletica stradale agli scioperi nelle fabbriche, dalle proteste e manifestazioni popolari alle varie forme di non collaborazione con le autorità civili e militari. E’ una
resistenza molte volte sottovalutata, se non taciuta, che vede spesso come
protagoniste le donne, molte delle quali diventeranno partigiane combattenti
e staffette.



